Sabato, Novembre 17, 2018
Abbazia San Salvatore Maggiore

Eventi organizzati all'Abbazia

Rappresentazione teatrale "Le tentazioni di un giovane monaco"
Liberamente ispirato dalla autobiografia di Otlone da Sant'Emmerano. Interpretato da Ugo Carlini. Regia di Alessandro Cavoli
Corso di fotografia
Corso su prenotazione a cura del circolo fotografico reatino "Fausto Porfiri"

La storia

Notizie  sull’Ex Abbazia di San Salvatore maggiore

L’edificio in argomento rappresenta uno dei più antichi e suggestivi monumenti della provincia di Rieti, prestigiosa testimonianza della presenza dell’Ordine Benedettino in Sabina.

Fu fondato nel 735, come abbazia, distrutto dai saraceni intorno all’anno 891, ricostruito completamente nel 974.

Ampliato e trasformato più volte nel corso del medioevo e in epoca moderna, nel 1618, a seguito dell’allontanamento dei monaci, fu destinato a seminario di diocesi.

Quindi il complesso monumentale per nove secoli è stato una abbazia e per circa tre secoli un seminario.

Fino al XIII secolo il monastero fu al centro di numerose contese tra papato ed impero e di dispute locali; in questo periodo vengono realizzati notevoli lavori di ampliamento delle strutture che interessano prevalentemente la chiesa, la costruzione della curia e delle carceri adiacenti alla torre nord-ovest e della sala capitolare nel blocco est.

Continui lavori di riadattamento e ricostruzione interessano il fabbricato anche successivamente, a causa di assedi e danni accidentali.

Con l’affermazione dell’istituzione della commenda, verso la fine del XVI secolo, il complesso comincia a trasformarsi a vero e proprio fortilizio e residenza, nel XVI secolo Ranuccio Farnese riadatta l’intera ala nord come propria sede residenziale, aumenta lo spessore del corpo di fabbrica e realizza il nuovo e regolare prospetto verso il cortile.

Interventi di riadattamento più limitati, vengono poi effettuati da Francesco Barberini nel XVII secolo, segnando una tappa importante per il complesso, in quanto il commendatario si adoperò, con successo, per ottenere la soppressione del monastero, che venne sancita da Urbano VIII nel 1632.

L’abbandono del fabbricato da parte dei monaci e la sua destinazione a sede per seminaristi provocò t’ultima grande trasformazione del complesso, che tra il 1600 ed il 1700 si accrebbe di un nuovo corpo di fabbrica nell’ala ad ovest, si modificò sostanzialmente nella struttura ecclesiale, si riadattò ad ospitare la nuova funzione con minimi e rispettosi adeguamenti della struttura esistente.

Verso la metà dello scorso secolo le precarie condizioni statiche del fabbricato richiesero la disposizione di limitati interventi di consolidamento, quali incatenamenti e rinforzi localizzati, tali provvedimenti non bastarono a sollevare il complesso dallo stato di sempre maggiore isolamento e abbandono.

In questo secolo un intervento del Genio Civile, negli anni ‘30, ha prodotto un vero e proprio scempio delle strutture, vetuste, ma ancora resistenti, comportando la distruzione di numerose strutture, prevalentemente nel blocco est, mediante la modifica della spazialità preesistente, la disposizione di strutture cementizie di pessima qualità gravanti direttamente sulla muratura medioevale che in breve tempo hanno provocato crolli e distruzioni.

Il potere temporale che l’abbazia esercitò sulle popolazioni dei paesi che gli sono intorno, è testimoniato da un disegno che raffigura la porta di legno della chiesa dell’Abbazia di San Salvatore Maggiore, che fu fatta costruire da Papa Giulio Il nell’anno domini 1506.

Nelle bugne della porta sono rappresentati i castelli e scritti i loro nomi. Questi nomi, insieme ad altri, li ritroviamo indicati in latino nel libro scritto dal Beato Schuster nel 1914, dal titolo “Il Monastero imperiale del Salvatore sul monte Letenano”, alcuni furono castelli dell’abbazia, poi abbandonati, di cui oggi esistono i ruderi.

Il complesso risulta costituito da una chiesa a navata unica con cappelle e presbiterio rialzato, affiancata da un alto campanile, e tre edifici residenziali disposti attorno ad un cortile rettangolare.

Caratterizzati da fasi costruttive e connotazioni architettoniche diverse i tre edifici del complesso monastico hanno nel tempo ospitato funzioni diverse:

  • l’ala est, annessa alla chiesa, ha tradizionalmente ospitato gli spazi comuni conventuali, quali il refettorio, il capitolo, le cucine e gli ambienti dormitorio, ormai scomparsi dopo l’intervento del Genio Civile, tale edificio è il più antico e in origine comprendeva l’intera struttura monastica;
  • l’ala nord, inizialmente con funzioni fortificatorie, di ricovero e di deposito, nel Rinascimento venne destinata a residenza, che qualifica quasi interamente gli spazi attuali;
  • l’ala ovest ha avuto, nel tratto più a nord, funzioni amministrative e di rappresentanza, quali la Curia e il Tribunale, mentre, il tratto sud, con caratteri tardi, nasce in una fase post conventuale e viene destinata a cappella e a dormitorio per i seminaristi.

Il complesso monastico è situato su di un acclive pianoro denominato Letenano, distante circa 6 km dal capoluogo comunale e circa 20 km da Rieti.

La naturale pendenza su cui è posto l’edificio, ha determinato la diversa altezza dei corpi di fabbrica: il corpo orientale (ala est), collegato alla chiesa ad un’estremità, è alto due piani, il corpo settentrionale (ala nord) è alto tre piani, ed il corpo posto ad occidente (ala ovest) quattro piani.

La storia secolare di questo monumento, che ebbe per lungo tempo stretto legame con l’abbazia di Farfa, è stata spesso tormentata.

Nella complessa e articolata realtà diocesana, San Salvatore Maggiore si caratterizzata per i ripetuti cambi di comunità religiose, e conosce dagli inizi del novecento un degrado sempre più evidente e un’accelerata distruzione.

Il complesso monumentale sino alla metà degli anni ottanta vive un progressivo deterioramento che lo fa divenire un rudere.

L’abbandono avvenuto negli anni sessanta del XX secolo, provocò effetti tali da far supporre che, persistendo tale velocità di degrado, la successione dei crolli avrebbe causato la totale scomparsa delle strutture residue.

Il progressivo abbandono cui il fabbricato è stato soggetto in questo secolo, divenuto totale negli ultimi trenta anni, ha determinato uno stato di grave e progressivo degrado delle strutture murarie e il crollo di quasi tutte le coperture.

E’ comunque interessante osservare come la diversità del carattere dei tre blocchi del complesso monastico, per quanto riguarda le strutture e le funzioni, si evidenzia anche nello stato di conservazione.

L’ala est, maggiormente alterata dai lavori del Genio Civile, ha completamente perso il piano superiore, il quale interamente rifatto in questo secolo con approssimate e precarie tecniche costruttive, ha in più punti coinvolto nel crollo anche la struttura originaria sottostante, provocando distacchi del paramento murario esterno e la distruzione di più tratti della bella volta a botte duecentesca della galleria.

Laa salvezza dell’unico e importante bene monumentale, dislocato nell’ambito municipale, altrimenti condannato a definitiva rovina, ha sicuramente contribuito l’Amministrazione del Comune di Concerviano, guidata dal sindaco, comm. Damiano Buzzi, che in data 13 maggio 1986 lo acquisì, e successivamente si prodigò per avviarne la dovuta valorizzazione e un idoneo programma finalizzato al suo restauro.

Tra gli anni 1991 e 1994, utilizzando i fondi di una legge speciale della Regione Lazio, si sono realizzate le opere che hanno interessato il restauro della chiesa.

L’intervento ha consentito di provvedere al consolidamento e all’integrazione delle murature, alla sistemazione interna delle finiture, al ripristino delle coperture ed al cerchiaggio provvisionale del campanile.

Nell’anno 1995, mediante i fondi resi disponibili dalla medesima legge regionale, e stata avviato un altro lotto di lavori, con il quale è stata totalmente restaurata e resa funzionale l’ala monumentale orientale (ala est), adiacente alla chiesa, e sono state predisposte le opere impiantistiche attinenti anche agli altri edifici conventuali.

Sono in corso i lavori di ulteriori lotti che fanno parte di un progetto generale redatto per un appalto concorso, indetto dal Comune di Concerviano e finalizzato al restauro totale del monumento.

Il restauro effettuato, progettato ed eseguito su basi scientifiche, presenta un complesso monumentale, che fa leggere, in maniera evidente, le parti che erano rimaste dell’abbazia, e le parti che sono state ricostruite con l’attuale tecnologia.

Tale intervento, secondo le intenzioni del prof. Giovanni Carbonara, dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha fatto diventare questo immobile un museo, in cui attraverso le mura si leggono gli interventi costruttivi cosi come sono stati realizzati nel tempo.

Si distinguono le pietre dell’VIII secolo e dei secoli seguenti, dalle pietre della ricostruzione contemporanea del XX e XXI secolo.

Pietre, divise da segmenti di linee spezzate che sono composte da cocci di tegole, distinte per le parti nuove con dei ricorsi di mattoni disposti in linee orizzontali.

Volte che fanno facilmente leggere la parte in pietra, anche concia, salvata dalla distruzione dell’incuria e del tempo, dalla parte ricostruita con un getto di cemento colorato in rispettoso tono di giallo paglierino che alla luce del sole indora i locali ove è posto.

Tutto ciò fa dell’ex abbazia un museo archeologico vissuto, una scatola museo, che, come un contenitore, accoglie attività produttive nel campo della formazione e quindi del sapere.

Nel corso dei lavori si sono potuti salvare dei reperti che mostrano la tecnologia utilizzata dai monaci, ad esempio, alcuni resti di condotte di coccio, mostrano come probabilmente, già nei primi secoli di fondazione dell’edificio, i monaci, utilizzando la tecnologia degli antichi romani ed usufruendo di due sorgenti poste a monte dell’abbazia portarono l’acqua nelle cucine e nei servizi igienici dei piani superiori del complesso monastico.

Questo dato deve far riflettere, considerato che, nei paesi circostanti, l’acqua, che serviva per le necessità abitative, i bambini e i ragazzi, incaricati di svolgere questo compito, l’andavano a “cogliere”, come si usava dire, direttamente dalle fonti che erano nei pressi delle acque sorgive.

Ciò accadde fino agli inizi del 1900, quando si costruirono gli acquedotti che portarono l’acqua nelle piazze dei paesi, ove si realizzarono le fontane oggi ancora presenti.

Solo alla fine degli anni cinquanta del secolo XX l’amministrazione comunale, retta da Damiano Buzzi, riuscì a portare l’acqua corrente e servizi igienici nelle case. Mentre i monaci con la loro laboriosità, con la loro cultura, con il loro potere, riuscirono a godere di acqua corrente negli ambienti in cui vivevano già molti secoli prima.

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